Alcune poesie di Arthur Rimbaud

MORTI DEL NOVANTRADUE E DEL NOVANTATRE’
Arthur Rimbaud

“…Francesi del milleottocentosettanta,
bonapartisti, repubblicani,
ricordatevi dei vostri padri del ’92…”
PAUL DE CASSAGNAC, Le Pays

Morti del Novantadue e del Novantatrè,
che pallidi per il rude bacio della libertà
calmi, spezzaste sotto i vostri zoccoli il giogo che grava
sull’anima e la fronte di tutta l’umanità;

uomini estasiati e grandi nella tormenta,
che nel cuore sobbalzaste d’amore sotto i cenci,
o soldati che la Morte ha seminato, nobile Amante,
per rigenerarli in tutti i vecchi solchi;

Voi, il cui sangue lavò tutte le sporche grandezze,
morti di Valmy, morti di Fleurus e morti d’Italia,
o milioni di Cristi dagli occhi dolci e scuri:

noi vi lasciamo dormire con la Repubblica,
noi, chini sotto ai re come sotto una frusta:
ma i Signori Di Cassagnac ora riparlano di voi!

Mazas, 3 settembre 1870.

 

ALLA MUSICA
Arthur Rimbaud

Sulla piazza suddivisa in striminzite aiuole,
Dove tutto è corretto, gli alberi e i fiori,
Gli asmatici borghesi soffocati dall’afa,
Portano, il giovedì sera, le loro stupide invidie.
L’orchestra militare, in mezzo al giardino,
Dondola i suoi chepì nel Valzer dei pifferi:
Intorno, in prima fila, si pavoneggia il damerino;
Il notaio pende dai suoi ciondoli cifrati:
I possidenti cogli occhialini sottolineano le stecche:
I grossi burocrati trascinano le loro grasse signore
Accanto a loro vanno, cornac ufficiosi
Quelle con i falpalà dall’aria di réclame;
Sulle panchine verdi, i droghieri in pensione
Smuovono la ghiaia col bastoncino a pomo,
Discutendo i trattati molto seriamente,
Tabaccano dall’argento, e riattaccano: “Insomma!”…
Stravaccando sulla panca le rotondità dei loro fianchi,
Un borghese coi bottoni chiari, il pancione fiammingo,
Gusta la sua pipa, da cui il tabacco in fili
Trabocca – sapete, è roba di contrabbando – ;
Lungo le verdi aiuole ridacchiano i bulli;
E, resi sentimentali dal canto dei tromboni,
Molto ingenui, fumando rose, i soldatini
Carezzano i neonati per adescar le serve…
Ed io, io seguo trasandato come uno studente,
Sotto i castagni verdi le sveglie ragazzine:
Loro lo sanno bene e volgono ridendo
Verso di me, i loro occhi pieni di cose indiscrete.
Non dico una parola: guardo soltanto
La pelle dei loro bianchi colli ricamati da folli ciocche:
Seguo, sotto il corsetto e i fronzoli leggeri
La schiena divina sotto la curva delle spalle.
Ben presto ho scovato lo stivaletto, la calza…
Ricostruisco i corpi, arso da bella febbre.
Loro mi trovano buffo e parlottano sommesse…
E io sento i baci che mi salgono alle labbra…

 

LE REPLICHE DI NINA
Arthur Rimbaud

LUI. – Col tuo petto qui sul mio,
Vero? andremo,
D’aria piene le narici, nei
Freschi raggi

Del bel mattino azzurro, che ci bagna
D’un vino di luce?…
Quando rabbrividendo il bosco muto
D’amore sanguina

Da ogni ramo, gocce verdi,
Chiare gemme,
E nelle cose aperte sento
Le carni fremere:

Nell’erba immergerai la tua
Bianca veste,
Rosando all’aria il blu che cerchia
I grandi occhi neri,

Innamorata della campagna,
Spargendo ovunque,
Come una spuma di champagne,
Gioioso riso:

Ridendo a me, brutale
D’ebbrezza, – così
Ti prenderei, – che bella treccia,
Oh! e berrei

Il tuo sapore, lamponi e fragole,
Oh carni in fiore!
Ridendo al vento che vuol baciarti
Ladro, vivace,

Alla rosa di macchia impigliata
A te, amabilmente:
Ridendo soprattutto, pazza, al tuo
Amante!…

Diciassette anni! Sarai felice!
Oh! vasti prati!
Vasta campagna amorosa!
– Di’, vien più vicina!…

– Col tuo petto qui sul mio, unendo
Le nostre voci,
Andremmo lenti fino al burrone
E poi nei boschi!…

Poi, come una piccola morta,
Col cuore in estasi,
Mi chiederesti di portarti, avresti
Gli occhi socchiusi…

Io ti porterei palpitante
Per il sentiero:
Gli uccelli fileranno un andante
Au Noisetier…

Ti parlerei nella bocca; andrei
Stringendo il tuo corpo come
Un bimbo da mettere a letto,
Ebbro del sangue

Che scorre azzurro sotto la tua pelle
Bianco – rosata:
Parlandoti con la schiettezza…
Già!… – che tu sai…

I grandi boschi saranno profumati
Da linfa
E il sole in sabbia d’oro fino, su quel sogno
Verde e vermiglio.

La sera?… Riprenderemo la strada
Bianca, che va
Svagata come un gregge al pascolo
E intorno

I dolci frutteti dall’erba azzurra,
Dai meli contorti!
Fin da lontano si sentono i loro
Profumi forti!

Torneremo in paese, il cielo
Sarà quasi nero; nell’aria
Della sera fiuteremo
Un odore di latte;

Fiuteremo un odore di stalla,
Piena di caldo strame,
Piena d’un ritmo calmo di fiati,
E d’ampie groppe

Biancicanti sotto un lume incerto;
E, laggiù in fondo,
Fiera, una vacca lascerà cadere
A ogni passo lo sterco..

– Gli occhiali della nonna,
Col lungo naso
Nel messale; il boccale
Contornato di peltro,

Spumoso fra vaste pipe
Che, impavide,
Fumano: i labbroni orrendi,
Sempre fumando, azzannano

Dalle forchette il prosciutto
Ancora, ancora e più:
Il fuoco schiara le madie
E le cuccette:

Le natiche lucenti e grasse
D’un grosso pupo
Che, ginocchioni, ficca nelle tazze
Il bianco muso

Lambito da un grugno che bercia
In tono gentile,
Con leccatine alla faccia
Del caro bambino…

Nera, arrogante in punta di sedia,
Odioso profilo,
Davanti alla brace una vecchia
Fabbrica filo;

Cara, quante cose vedremo
In queste topaie
Quando la fiamma illuminerà, chiara, il grigio
Delle finestre!…

– Poi, piccolo e tutto annidato
Nei lillà
Neri e freschi: il vetro celato
Che ride là in fondo…

Tu verrai, ti amo, verrai!
Sarà bello.
Oh si, sarà bello, e vedrai…

LEI. – E il mio capufficio?

 

I SEDUTI
Arthur Rimbaud

Neri di pustole, butterati, gli occhi cerchiati da anelli
Verdi, le dita bulbose rattrappite sui femori,
L’occipite piagato da vaghe astiosità
Come le fioriture lebbrose dei vecchi muri;

Hanno innestato in amori epilettici
La loro bizzarra ossatura ai grandi scheletri neri
Delle loro sedie; i piedi alle sbarre rachitiche
Attorcigliati mattina e sera!

Questi vegliardi sono sempre intrecciati alle loro seggiole,
Sentono i vivi soli lucidargli la pelle,
Oppure, gli occhi ai vetri dove la neve sbiadisce,
Tremano del doloroso tremare dei rospi.

E le seggiole con loro sono cortesi: incrostata
Di bruno, la paglia cede ai lati delle loro reni;
L’anima degli antichi soli si accende rinchiusa
Nelle trecce di spighe in cui fermentò il grano.

E i Seduti, le ginocchia sui denti, verdi pianisti,
Le dieci dita che tambureggiano sotto la seggiola,
Si ascoltano sciabordare tristi barcarole
E le loro zucche cominciano un dondolio d’amore.

– Oh! non li fate alzare! È il naufragio…
Si ergono, mugugnando come gatti schiaffeggiati,
Aprono lentamente le scapole, oh rabbia!
I pantaloni sbuffano sui fianchi rigonfi.

E li sentite sbattere le loro teste calve
Sui muri scuri, ciabattando i loro piedi torti
E i bottoni dell’abito sono fulve pupille
Che vi agganciano gli occhi in fondo ai corridoi!

Poi hanno una mano invisibile che uccide:
Al ritorno: il loro sguardo filtra questo nero veleno
Che offusca gli occhi sofferenti della cagna bastonata
E voi sudate presi in un atroce imbuto.

Risedutisi, i pugni annegati nei sudici polsini
Pensano a chi li ha fatti alzare
E dall’alba fino a sera, grappoli di bargigli
Si agitano a morte sotto i menti sparuti.

Quando l’austero sonno abbassa le loro visiere,
Sognano sopra il braccio di seggiole fecondate,
Di avere tutt’attorno amorucci di sedie
Da cui fiere scrivanie saranno orlate.

Fiori d’inchiostro sputando pollini a virgola,
Li cullano, accoccolati lungo i calici
Come a filo di gladioli un volo di libellule
– E il loro membro si irrita sulle barbe delle spighe.

 

I POETI DI SETTE ANNI
Arthur Rimbaud

E la Madre, chiudendo il libro del dovere,
Se ne andava soddisfatta e fiera, senza vedere,
Negli occhi azzurri e sotto la fronte piena di protuberanze,
L’anima del suo bambino in preda alle ripugnanze.

Tutto il giorno sudava obbedienza; molto
Intelligente; tuttavia neri tic, e alcuni tratti
Rivelavano in lui un’aspra ipocrisia.
Nell’ombra di corridoi dai parati ammuffiti,
Tirava fuori la lingua, coi pugni all’inguine,
e negli occhi chiusi vedeva punti.
Una porta si apriva nella sera: alla lampada
Lo si vedeva, lassù, rantolare sulle scale
Sotto un golfo di luce che pendeva dal tetto.
Soprattutto d’estate, vinto, sciocco,
Si rinchiudeva nella frescura delle latrine:
Lì pensava, tranquillo, dilatando le narici.

Quando, ripulito dagli odori del giorno, il giardinetto
Dietro la casa, d’inverno, s’illunava,
Sistemandosi ai piedi di un muro, sepolto nella marna,
E schiacciandosi l’occhio per avere visioni,
Ascoltava brulicare le spalliere scabbiose.
Pietà! Suoi compagni erano solo quei bambini
Che, gracili, la fronte nuda, l’occhio spento sulla guance,
Nascondendo le magre dita gialle e nere di fango,
Sotto abiti vecchi e puzzolenti di diarrea,
Conversavano con la dolcezza degli idioti!
E se, avendolo sorpreso in immonde compassioni,
Sua madre si spaventava, le tenerezze profonde
Del bambino si gettavano su questo stupore.
Era bello. Lei aveva lo sguardo blu, – che mente!

A sette anni componeva romanzi sulla vita
Del grande deserto, dove brilla l’estatica Libertà,
Foreste, soli, rive, savane! – Si aiutava
Con i giornali illustrati dove, rosso, guardava
Ridere Spagnole e Italiane.
Quando veniva, l’occhio bruno, folle, vestita all’indiana,
– Otto anni – La figlia degli operai vicini,
Piccola brutale, e in un angolo
Gli saltava sulla schiena, scuotendo le trecce,
Lui, da sotto, le mordeva le natiche,
Perché non portava mai le mutandine;
E, malconcio per i pugni e i calci,
Si portava i sapori della sua pelle in camera.

Temeva le squallide domeniche di dicembre
In cui, impomatato, su un tavolino di mogano,
Leggeva una Bibbia dal taglio verde-cavolo;
Ogni notte nell’alcova i sogni lo opprimevano.
Non amava Dio; ma gli uomini che, la sera fulva,
Neri, in blusa, vedeva rientrare nei sobborghi,
Dove i banditori, con tre rulli di tamburo,
Fanno ridere e rumoreggiare le folle attorno agli editti.
– Sognava praterie amorose, dove onde
Luminose, sani profumi, pubescenze d’oro,
Fanno una calma movenza e spiccano il volo!

E come gustava soprattutto le cose oscure,
Quando, nella stanza nuda con le persiane chiuse,
Alta e azzurra, acremente intrisa di umidità,
Leggeva il suo romanzo sempre rimeditato,
Pieno di grevi cieli d’ocra e foreste sommerse,
Fiori di carne dispiegati nei boschi siderali,
Vertigine, crolli, disfatte e pietà!
– Mentre il rumore del quartiere cresceva,
Là in fondo, – e lui, solo, steso su pezzi di tela grezza,
Percepiva violentemente le vele!

26 maggio 1871

 

VOCALI
Arthur Rimbaud

A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali,
Io dirò un giorno le vostre nascite latenti:
A, nero corsetto villoso di mosche splendenti
Che ronzano intorno a crudeli fetori,

Golfi d’ombra; E, candori di vapori e tende,
Lance di fieri ghiacciai, bianchi re, brividi d’umbelle;
I, porpora, sangue sputato, risata di belle labbra
Nella collera o nelle ubriachezze penitenti;

U, cicli, vibrazioni divine dei verdi mari,
Pace di pascoli seminati d’animali, pace di rughe
Che l’alchimia imprime nelle ampie fronti studiose;

O, suprema Tromba piena di strani stridori,
Silenzi attraversati da Angeli e Mondi:
– O l’Omega, raggio viola dei suoi Occhi!

 

LA STELLA HA PIANTO ROSA
Arthur Rimbaud

La stella ha pianto rosa al cuore delle sue orecchie,
L’infinito è rotolato bianco dalla tua nuca alle reni
Il mare è imperlato rosso alle tue mamme vermiglie
E l’Uomo ha sanguinato nero al tuo fianco sovrano.

 

ROMANZO
Arthur Rimbaud

I

Non si può essere seri a diciassette anni.
– Una sera al diavolo birra e limonate
E i chiassosi caffè dalle luci splendenti!
– Te ne vai sotto i verdi tigli del viale.

Come profumano i tigli nelle serate di giugno!
L’aria talvolta è così dolce che chiudi gli occhi;
Il vento è pieno di suoni, – la città non lontana, –
E profuma di vigna e di birra…

II

– Ed ecco che si scorge un piccolo brandello
D’azzurro scuro, incorniciato da un piccolo ramo,
Punteggiato da una cattiva stella, che si fonde
Con dolci brividi, piccola e tutta bianca…

Notte di giugno! Diciassette anni! – Ti lasci inebriare.
La linfa è uno champagne che ti sale alla testa…
Si vaneggia; e ti senti alle labbra un bacio
Che palpita come una bestiolina…

III

Il cuore, folle Robinson nei romanzi,
– Quando, nel chiarore di un pallido fanale,
Passa una signorina dall’aria incantevole,
All’ombra del terrificante colletto paterno…

E siccome ti trova immensamente ingenuo
Trotterellando nei suoi stivaletti,
Si volta, lesta, con movimento vivace…
– E sulle tue labbra muoiono le cavatine

IV

E sei innamorato. Preso fino al mese d’agosto.
Sei innamorato. – I tuoi sonetti La fan ridere.
Gli amici se ne vanno. Sei di pessimo gusto.
– Poi l’adorata una sera si è degnata di scrivere…!

Quella sera,… – torni ai caffè splendenti,
Ordini birra o limonata…
– Non si può essere seri a diciassette anni
Quando i tigli sono verdi lungo il viale.

29 settembre 1870

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