ATHINA

di Francesco Saverio Mongelli

Materassi unti di sterco, di urine scadute, di rugiada verdognola. Muri sbiaditi, desolanti, abbandonati a se stessi. Libri sciupati e impolverati buttati nell’angolo a tappezzare buchi nella parete. Tappeti fetidi, impregnati di odori che il tempo ha portato. Preservativi ancora in vita, spranghe di ferro arrugginite, corde, cinture e strani oggetti.

Inginocchiata e raccolta tra le braccia che riparano il mio volto dalla pioggia incessante, appoggiata ad un palo della luce grigio fumo, zuppa fradicia di gocce che cascano sulla pelle e mi feriscono come ricordi orribili, cicatrici che il tempo ha segnato e che la mente non ha speranza di dimenticare. Perché la vita?

Ogni giorno, le espressioni dei passanti addosso, insolenti. Luci sterili, vetture sfreccianti con i fanali spenti, il mare calmo o in tempesta, colla pelle nuda, appiccicosa o ugualmente scoperta, ma gelida. Vorrei svenire dinanzi a ciascun amico, ma il rossetto costa, e non posso sprecarlo. L’intimo di terza mano mi provoca continue irritazioni che rimangono impigliate tra i rami dei cespugli che mai inverdiscono. Sono gli sguardi i più dolorosi, gli occhi che non dimentico, castano chiari, cobalto, verde menta, glicine, dalle forme più assurde, con le sfumature più variegate. Di alcuni poi, è stato difficile innamorarmi.

Sì, per dare prestazioni bisogna innamorarsi, è necessario osservare gli occhi. Ciò che è celato in un attimo folle. Rabbia, rancore, amarezza, arroganza, solitudine, stanchezza, litania o comune violenza sputata. Le vite che possiedono questi occhi sono manichini di un burattinaio. Il fato ingiusto, con le bretelle e la barba lunga e bianca, ha designato me come sua pedina preferita.

Le mani rappresentano la storia. Mal curate, ferite, sporche di terra, puzzolenti di sudore misto a piscio scrollato, grosse e ruvide, profumate, pallide e affusolate, lentigginose, delicate come porcellana da accarezzare con lo sguardo, roventi. Stringono come tentacoli di un animale selvaggio, esigono, impongono, direzionano, feriscono, accarezzano subdolamente.

Ciò che esce dalla bocca è distruttivo, più d’ogni sguardo tagliente. La voce è rauca, stridula, fredda, ansiosa, timida, fioca, infantile, rassicurante, autorevole. Le parole sussurrate, urlate, gettate. Mi sento una piuma al vento in un turbinio di foglie. Rabbrividisco solo al pensiero. Piango.

Trascorsi i primi undici anni della mia vita in un orfanotrofio. In quel periodo subivo i trattamenti più disumani, prepotenze fisiche e psicologiche, non solo dai ragazzi con cui dividevo la giornata, ma soprattutto dagli educatori. Non ho imparato granché durante l’adolescenza. Anzi, una cosa l’ho capita: la notte non muore mai.

Ero appena fanciulla quando, un pomeriggio, tetro come al solito, suonò il campanello dell’orfanotrofio un signore, alto, robusto, distinto, elegante. Per noi, ogni qualvolta risuonava il campanello, si illuminava un barlume di speranza per la nostra libertà. L’unico punto in comune con gli altri era proprio la mancanza di genitori. Ogni sera chiudevamo gli occhi e a turno immaginavamo le sembianze dello zio o della nonna che ci avrebbe portati via. Fuori da quel posto freddo, arido di sentimento, malsano, verso la normalità, a respirare aria di serenità. Incominciai ad annusare la limpidezza della vita, quando capii che quel omone in giacca e cravatta era venuto per me. Ignara e ingenua non immaginai minimamente che, dopo aver chiuso la porta dell’inferno, ne avrei aperta un’altra per entrare in una dimensione ancora più macabra e tragica. Colta dall’eccessiva euforia, gli corsi in contro e lo abbracciai. Mi fidai d’istinto del calore quasi paterno che mi trasmetteva. Uscimmo da quel postaccio che mi aveva visto nascere “ma che non mi vedrà morire!” – pensai, e salimmo nella sua macchina. Ci avviammo, verso il buio.

 

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