Lo scorso 30 marzo ho avuto l’onore di partecipare, insieme a tanti giovani e non, alla conferenza La cultura della legalità a oltre 20 anni dalle stragi di mafia, con il magistrato Nino Di Matteo, presso la sala degli affreschi dell’Università di Bari. Il dibattito, durato circa quattro ore, si è strutturato in diversi argomenti. Il principale è stato senz’altro l’importante rapporto imprescindibile tra la politica e la mafia. Il dottor Di Matteo ha evidenziato il ruolo di tre figure, dimenticate e ostacolate in vita, ipocritamente ricordate dopo la morte: Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici.

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Quest’ultimo fu il primo per cui Cosa nostra adoperò l’esplosivo che lo fece saltare in aria il 29 luglio 1983, a Palermo. E’ una figura fondamentale perché ideò il pool antimafia, portato avanti successivamente da Antonino Caponnetto, ovvero un gruppo di magistrati che si occupò di inchieste prettamente a stampo mafioso.

 

Al termine di una lunga audizione, Cancemi (collaboratore di giustizia) abbassò il tono della voce e mi confido: «Dottore, lo sa cosa mi ripeteva Salvatore Riina? “Senza i rapporti con il potere, Cosa nostra sarebbe solo una banda di sciacalli.» (dal libro “Collusi”)

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Inoltre, Di Matteo ha messo in forte risalto la figura di Borsellino citando una delle sue più celebri frasi: «Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene.» Ecco come la divulgazione del fenomeno mafioso, in tutte le sue sfaccettature – dall’omicidio all’estorsione, dalla collusione alle minacce – da parte di noi giovani, ma della comunità in generale, diventa importantissima nel sostenere l’impegno quotidiano delle forze dell’ordine, dei magistrati, dei giornalisti e di tutti quegli organi che combattono in prima fila la mafia.

Ad affrontarla non sono solo gli uomini armati ma anche quelli che, come arma, non hanno pistole e kalashnikov ma una penna: i giornalisti. Di Matteo, a riguardo, ha criticato pienamente una parte dell’informazione di oggi che si limita a comunicare solo notizie di cronaca nera, soffermandosi su argomenti e dettagli inutili. Cito, ad esempio, il delitto di Cogne, di Avetrana e l’omicidio di Meredith Kercher. Una buona fetta dell’informazione è manipolata e gestita da chi non vuole far emergere la verità.

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Nino Di Matteo con alcuni dei ragazzi dell’Associazione Rita Atria – presidio di Bari.

Il magistrato Nino Di Matteo ha invogliato noi giovani a cercare direttamente le intere sentenze, le notizie e le relative curiosità, inerenti ai processi storici del nostro Paese, che la grande informazione non ci proporrà mai.

Come ad esempio l’illustre processo Andreotti e Dell’Utri. Durante gli anni ’60-’90 la Sicilia era nelle mani della Democrazia Cristiana, quella corrente andreottiana facente capo a Salvo Lima, collusa direttamente con Cosa nostra tramite i più potenti imprenditori della Sicilia: Ignazio e Nino Salvo. Quest’ultimi passeggiavano a braccetto con Totò Riina e Bernardo Provenzano, fautori di una serie di omicidi illustri e non.

Di Matteo ha calcato la mano su un argomento basilare: l‘indifferenza, diffusissima soprattutto nei ragazzi.

Con la mafia non si tratta, in nessun momento e per nessuna circostanza o contingenza. Non ci sono trattative cattive e trattative buone, magari ispirate dalla ragion di Stato o giustificate dalla necessità di scongiurare chissà quale pericolo. (dal libro “Collusi”)

Ricordo a chi non lo sapesse, che Nino Di Matteo è uno dei magistrati più temuti dalla mafia e, per il suo grande impegno, è sotto scorta dal 1995, anche a seguito di numerose minacce di morte ricevute da alcuni grossi esponenti mafiosi come Totò Riina. E’ impegnato nell’infinito processo sullaTrattativa Stato-Mafia ed è stato protagonista di molti importanti processi a grandi uomini illustri come: Rocco Chinnici, Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Antonino Saetta.

Grazie per l’impegno dottor Di Matteo!

 

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