Diamo un calcio al “calcio”!

“Il calcio non è più quello di una volta, quello del Grande Torino oppure di Puskas o di Di Stefano. Oggi è un business tra i più importanti del pianeta”. [1]

UN PO’ DI STORIA

Il calcio è molto cambiato rispetto agli anni ’30-’50.

Cominciamo col dire che in quegli anni i giocatori provenivano dal territorio adiacente alla città della squadra. Basti pensare all’Associazione Sportiva Ambrosiana-Inter, al Torino Football Club, allo Sport Club Juventus, al Genoa Cricket and Football Club, che  nei primi decenni del ‘900 avevano in squadra giocatori provenienti solo dalla Lombardia, dal Piemonte e dalla Liguria. In questo modo si privilegiava la valenza tecnica  delle squadre del territorio e la capacità degli allenatori di preparare e far emergere calciatori locali.  I regolamenti di quegli anni erano rigidi: essendo il calcio uno sport dilettantistico, il giocatore doveva risiedere nella città in cui giocava e svolgere un lavoro che non fosse quello del calciatore, visto che di calcio non si poteva vivere.

Virginio Rosetta fu il primo ragazzo che cambiò squadra, dando così inizio al calciomercato. Dalla Pro-Vercelli, grazie ad uno stratagemma architettato dell’imprenditore milionario Edoardo Agnelli, riuscì a passare alla Juventus. Fu certamente il primo di una interminabile serie di trasferimenti che presero poi il nome di calciomercato.

Dagli anni ’40-’50 iniziò la grande competizione economica che vide protagonisti imprenditori dirigenti di squadre calcistiche come Achille Lauro (S.S.C. Napoli), Edoardo Agnelli (S.C. Juventus), Ferdinando Pozzani (A.S. Ambrosiana-Inter), Enrico Preziosi (Genoa Cricket and Football Club).

I primi “trasferimenti illustri” furono, probabilmente, quelli di Hans Jeppson nel 1952 (dalla Svezia al Napoli per 105 milioni di lire) e di Diego Armando Maradona nel 1984 (dal Barcellona al Napoli per 13 miliardi di lire).

La bravura di una squadra diventa, quindi, direttamente proporzionale alla ricchezza del club. C’è da chiedersi quindi che senso abbia credere in una squadra composta in gran parte da “mercenari”, perché solo così possono essere chiamati quei calciatori che, cambiando spesso squadra per cifre vergognose, illudono i cuori della gente che paga prezzi salati a fronte, spesso, di onerosi sacrifici.

In questo modo non si fa altro che alimentare immani interessi finanziari a danno del vero sport.

Sono inoltre da segnalare gli enormi guadagni delle emittenti televisive private (Sky, Mediaset) sfruttando l’ingenuità di tifosi che spesso rinunciano ad altri importanti bisogni pur di vedere 22 giocatori che corrono dietro ad un pallone.

Ammetto che il gioco del calcio sia entusiasmante, coinvolgente e aggregativo. Io amo giocare a calcio e mi piace guardare una bella e onesta partita, ma ho maturato l’idea di non finanziare uno sport che, con il suo monopolio e con le attenzioni finanziarie di cui gode, ha oscurato altri sport ugualmente validi e coinvolgenti: la pallacanestro, la pallavolo, la scherma, il nuoto, …, fino ad arrivare allo sport della mente per eccellenza, gli scacchi.

GLI SCANDALI  DEL CALCIO

Gli scandali del calcio derivano essenzialmente da accordi tra faccendieri e arbitri, per pilotare le partite: il caso più celebre è stato Calciopoli, nel 2006.

In alcuni squallidi casi, come quello della squadra del Bari, si è arrivati al paradosso per eccellenza: alcuni ultras che, attraverso intimidazioni, obbligavano giocatori della propria squadra a giocar male, determinando risultati negativi non previsti e assicurandosi ingenti somme di denaro dalle scommesse.

Le scommesse: che tasto dolente! Quanti ragazzi spendono intere paghette scommettendo sulle partite. Quanti padri spendono soldi per le scommesse piuttosto che comprare un libro al proprio figlio o portarlo a cinema.

In stretto legame con il calcio sono vere e proprie multinazionali che sponsorizzano eventi e squadre. Gli sponsor sportivi più ricchi e famosi sono Nike e Adidas. Intorno a queste multinazionali girano importanti scandali riguardanti le condizioni di lavoro disumane, ad esempio, dei lavoratori del Vietnam, sottopagati e sfruttati da una delle industrie del marchio sportivo più riccho al mondo: la NIKE. Si giunge così al solito discorso di come queste aziende, simbolo del capitalismo e della globalizzazione, guadagnino sullo sfruttamento dei lavoratori.

Nel ’96, ad esempio, venne a galla lo scandalo del distretto di Sialkot, in Pakistan, dove si concentra l’80% della produzione mondiale di palloni da calcio. Qui lavorano oltre 10 mila bambini nella cucitura dei palloni. Nel 1998 ADIDAS fu accusata da un ex internato in un campo di lavoro in Cina di far uso del lavoro forzato di prigionieri politici per la produzione di palloni da calcio per i mondiali del 1998 (15 ore al giorno per 1 dollaro e 50 al mese).

Teniamo conto di quanti palloni dell’Adidas e della Nike abbiamo calciato. Lo stesso discorso si potrebbe fare per l’abbigliamento.

LE TRAGEDIE DEL CALCIO

Sono tantissimi i tifosi, tra ultras e innocenti, ad esser morti durante gli scontri. Ecco qui che ci si trova di fronte alla ferocia e alla violenza per eccellenza. Cinte, molotov, spranghe, coltelli, pistole, sassi, scagliati contro esseri umani, membri delle forze dell’ordine che lottano per sopravvivere, reprimendo le risse, e per poter rivedere i propri figli e tornare a casa sani e salvi. Questi violenti, che vanno allo stadio solo per provocare risse e per scontrarsi con la tifoseria avversaria o con le forze dell’ordine, non possono assolutamente esser chiamati uomini, ma animali.

Recentemente, grazie alle inchieste di alcuni giornalisti, come Lirio Abbate, sono saltati fuori importanti legami tra i capi ultras delle tifoserie Lazio e Roma con “l’ultimo Re di Roma” Massimo Carminati, ex-capo della Banda della Magliana ed ex-membro dei Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR).

COSA FARE?

Sostanzialmente, non bisognerebbe dare agio al sistema corrotto del calcio. Quindi non vedere le partite, come la finale di Champions League di stasera, usare le centinaia di euro, spesi per l’acquisto di gadget, magliette, sciarpe e abbonamenti televisivi, per comprare libri, giornali, CD, biglietti per mostre d’arte, corsi di lingua straniera e per la partecipazioni ad interessanti conferenze.

Solo così si creerà una società sempre più informata, colta, forte culturalmente ed economicamente.

Attribuisco, personalmente, una gran parte dell’ignoranza e dell’indifferenza di questo Paese al gioco del calcio, divenuto nel tempo non più un semplice passatempo, ma una vera e propria ragione di vita. 

 

 

NOTE:

[1]  I nuovi padroni del calcio di Alessandro Oliva. (Ed. goWare)

I commenti sono chiusi.