Due magistrati da non dimenticare: Cesare Terranova e Antonino Saetta

Care ragazze e cari ragazzi,

oggi non posso non parlarvi di due grandissimi giudici uccisi dalla mafia: Cesare Terranova e Antonino Saetta.

Cesare Terranova, nato a Palermo il 15 agosto 1921, era già procuratore d’accusa al processo contro i Corleonesi tenutosi a Bari nel 1969, dove furono tutti assolti. Fino al 1973 fu procuratore a Marsala. Fu lui che condannò all’ergastolo il superboss Luciano Leggio. Fu anche deputato alla Camera del glorioso – all’epoca – Partito Comunista Italiano, eletto nel 1972 e nel 1976 fino al ’79. Dopo l’esperienza parlamentare, Terranova tornò a Palermo come Consigliere presso la Corte d’appello. Era un magistrato che dava molto fastidio alla mafia. Per questo venne sparato il 25 settembre del 1979, verso le 8,30 del mattino, insieme alla sua guardia di scorta Lenin Mancuso.

«Cesare Terranova fu uomo di alto sentire e di grande cultura: amava profondamente la sua Sicilia e viveva con angoscia la fase di trapasso che l’isola attraversava, dall’economia del feudo e rurale all’economia industriale e collegata con le grandi correnti di traffico europeo e mediterraneo. Ma egli era anche animato, oltre che da un virile coraggio, anche da infinita speranza, che scaturiva dalla sua profonda bontà d’animo: speranza nel futuro dell’Italia e della Sicilia migliori, per le quali il sacrificio della sua vita, fervida, integra ed operosa non è stato vano. Ancora una volta così la violenza omicida della delinquenza organizzata ha colpito uno degli uomini migliori, uno dei figli più degni della terra di Sicilia. » (Sandro Pertini)

 

 

 

 

 

 

Antonino Saetta, nato a Canicattì il 25 ottobre 1922, si diplomò al liceo ginnasio di Caltanisetta e nel 1944 si laureo con 110 e lode presso la facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo. Nel periodo 1976-78 fu consigliere presso la Corte d’Assise d’Appello di Genova, dove si occupò anche di processi alle Brigate Rosse. Successivamente fu presidente della Corte d’Assise di appello di Caltanisetta ed è qui che si occupò per la prima volta di mafia; più precisamente dell’omicidio del suo collega Rocco Chinnici. Pochi mesi dopo la conclusione di questo processo, precisamente il 25 settembre 1988, Saetta venne assassinato insieme a suo figlio Stefano sulla strada Agrigento-Caltanisetta, di ritorno a Palermo dopo aver assistito al battesimo di un nipotino.

«Antonino Saetta era un magistrato schivo e riservato, per indole e per scelta di vita. Non amava i centri di potere e, pur tenendo molto alla sua professione, nella quale si sentiva realizzato, non nutriva forti ambizioni di carriera, ritenendo intrinsecamente  “piena” e soddisfacente, comunque, in qualsiasi postazione, la attività propria del Magistrato. La sua poca notorietà da vivo, dovuta da un lato alle funzioni giudicanti esercitate, dall’altro alla sua riservatezza, qualità che, come si dice, dovrebbe essere propria di ciascun magistrato, hanno contribuito purtroppo a rendere il suo sacrificio poco noto, o poco ricordato, quantunque la sua uccisione abbia invece avuto una peculiare rilevanza nella storia giudiziaria del nostro Paese: e per avere riguardato, per la prima volta, un magistrato giudicante, anziché inquirente, contrassegnando cosi un tragico salto di qualità nella lotta dello Stato contro la mafia; e per essersi perpetrata, con quella sua, anche la uccisione di un suo figlio. » (Roberto Saetta, un altro suo figlio)

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