Lui si chiama Raffaele Cutolo. Soprannominato ‘O professore è stato per decenni il fondatore e capo indiscusso della Nuova Camorra Organizzata, un’ organizzazione criminale campana – attiva soprattutto nella zona di Napoli – dedita ad ogni tipo di affare illegale, dalla prostituzione al traffico di droga e di armi. Cutolo fondò un vero e proprio impero, partendo dal carcere, che arriverà a contare più di mille affiliati. Condannato all’ergastolo per un omicidio quando aveva 23 anni, iniziò nel carcere di Poggioreale ad affrontare con i detenuti le più disparate “questioni sociali” come la povertà ed il lavoro, offrendo loro delle convenienti soluzioni. Si vanterà di essere un semplice uomo che “fa del bene, aiuta i deboli e fa rispettare i valori e i diritti umani calpestati quotidianamente dai potenti e dai ricchi”. Ovviamente per fare tutto ciò la violenza e l’intimidazione sono stati gli strumenti più brutalmente impiegati. Ottenne consensi all’interno del carcere da numerosissimi uomini che diventeranno ben presto affiliati.  Non dimentichiamo che durante la sua latitanza strinse rapporti con la camorra pugliese – fondando una succursale della NCO -, con la ‘Ndrangheta e con criminali come Renato Vallanzasca e Francis Turatello. Farà da tramite tra la Democrazia e le Brigate Rosse per la liberazione dell’assessore democristiano Ciro Cirillo, che verrà liberato. In cambio le Brigate Rosse uccideranno il vicequestore Antonio Ammaturo, da sempre impegnato nella lotta alla Camorra. E’ importante sapere che l’impero economico e criminale della NCO venne mantenuto in piedi durante la detenzione di Cutolo grazie a sua sorella Rosetta, che ordinerà senza alcun ritegno decine e decine di omicidi, per conto ovviamente di suo fratello. La Nuova Camorra Organizzata svanirà quasi del tutto a seguito della sanguinosa faida con la Nuova Famiglia che all’epoca – prima della faida interna – vantava famiglie come gli Zaza, i Nuvoletta, i Gionta, i Bardellino, gli Alfieri e i Giuliano.  Ma Raffaele Cutolo – mandante di centinaia di omicidi, molti di essi davvero atroci come quello di Giuseppe Salvia, vicedirettore del carcere di Poggioreale – è, con i suoi 73 anni, ancora vivo e vegeto. E’ da 23 anni rinchiuso in regime di isolamento 41 bis.

Vi ho parlato di quest’essere perché da circa due mesi ha iniziato a collaborare con lo Stato. Già da tempo aveva affermato: “Mi hanno sepolto vivo in cella, se parlo io crolla lo Stato.  Ha iniziato a parlare dell’omicidio di Aldo Moro, democristiano ucciso dalle Brigate Rosse dopo settimane di prigionia.

L’Italia è il Paese dei pentiti che, nel corso degli anni, da Buscetta a Brusca e tantissimi altri, sono stati fondamentali per ricostruire omicidi, storie, affiliazioni e affari criminali. Soprattutto nel caso di Buscetta che aprirà le porte di un nuovo mondo, durante uno dei primi interrogatori dopo il suo pentimento, affermando: “La mafia è un’invenzione letteraria. Noi ci chiamiamo Cosa Nostra”. Mi chiedo perché Cutolo abbia deciso solo ora di pentirsi. Perché spera collaborando, grazie alla sua veneranda età, di poter ottenere il regime di semilibertà o comunque di riuscire ad uscire da quella situazione di isolamento? Fatto sta che – la storia ci insegna – molti collaboratori di giustizia si sono dimostrati dei falsi pentiti ed hanno dato informazioni errate ed inventate solo per ottenere agevolazioni. Io, personalmente, non mi fido di una persona del genere. Soprattutto immaginare che possa “evadere” dal 41 bis tornando a comunicare – anche già lo fa, attraverso i più loschi sotterfugi – con il mondo mi inquieta parecchio. Spero solo che le sue parole non vengano prese alla lettera e che continui a rimanere in quelle condizioni di isolamento. Lo stesso discorso vale per i vari Riina, Provenzano, etc. mandanti di centinaia di omicidi. Per loro il carcere non potrà mai avere una funzione di rieducazione della pena. Chissà se la vecchia pena di morte, in questi casi, non sarebbe bene ripristinarla.

Fatto sta che, a seguito di possibili pentimenti di questi “boss illustri”, fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.