L’America di Oriana Fallaci e di Pier Paolo Pasolini

Oriana Fallaci, giornalista fiorentina di grande spessore e di fama mondiale, in America è stata tante volte. La prima fu nel 1955, recandosi per la prima volta a New York. Fu amore a prima vista. Infatti, negli anni successivi ci tornò più spesso, fino a prendere la decisione, negli anni ’90, di andarci ad abitare. E’ dal villino della 222 A, sulla 61th street, nel cuore dell’Upper East Side di Manhattan, che sentì, quel tragicamente famoso 11 settembre 2001, il caos provocato dal crollo delle Torri Gemelle. Qualche giorno dopo, come tutti sanno, scrisse il famosissimo articolo La Rabbia e l’Orgoglio, pubblicato sul Corriere della Sera il 29 settembre 2001. Questa voglia di gridare la rabbia di una donna stanca dell’avanzamento di un islamismo fondamentalista dannoso, per l’Europa e non solo, e orgogliosa di una tradizione italiana, culturale, artistica e musicale, da difendere a denti strettissimi, fu oggetto di molte critiche mosse, in gran parte, dagli organi buonisti della sinistra italiana. Chissà se quella profezia non si è, nel corso degli anni, avverata …

Molto significativi sono gli articoli pubblicati sull’Europeo, negli anni ’60, da Oriana, riguardanti i suoi viaggi in America. Oggi abbiamo la possibilità di leggerli in un’unica pubblicazione grazie a Rizzoli che li ha raccolti nel libro Viaggi in America.

Oriana ci descrive New York come «un bel posticino, un posto affettuoso, gentile», rimarcando il lato negativo della sicurezza. Infatti sarà costretta a comprare una Smith Weston calibro 38 per autodifesa. Nei suoi racconti, Oriana alterna chiacchiere con illustri ospiti hollywoodiani a interviste con i teenager locali. Si sofferma particolarmente sui giovani americani. I teenager americani spendono la maggior parte dei loro soldi per la cura del proprio corpo; le ragazze per i cosmetici, le creme, le ciprie, le sottociprie, i rossetti, gli ombretti, i rimmel ,gli smalti e la lacca per i capelli. I ragazzi, invece, per i deodoranti per ascelle e piedi, per l’acqua di colonia e per la lacca dei capelli. «Malgrado ciò non risulti dal loro aspetto, che è spesso desolante e molto sudicio, i teenager americani dedicano il 35% dei loro averi alla cura del corpo. Solo il 5%, in compenso, alla cura dello spirito: libri e giornali. Il 9% lo mettono in dischi, il 7% in vestiti, il 10% in benzina e cinematografo, l’11 % in articoli sportivi, il 23% in spuntini». Guadagnano soldi facendo i babysitter, la maggior parte di loro sono atei o agnostici, si vestono alla moda dei cantanti pop art, si divertono col mooning, sport inventato da alcuni studenti dell’università di Yale che consiste nel  raggiungere un’automobile e, se questa ha un finestrino aperto, gettarvi un paio di mutande sporche. Il tutto rientra in un discorso di vittorie e sconfitte regolate da un conteggio a punti. I teenager americani leggono poco; preferiscono il cinematografo. Ballano tutti i balli che non richiedono strofinamento dei corpi. Suonano, ovviamente, la chitarra elettrica. Oriana Fallaci, attraverso le sue interviste, ci informa dell’incredibile fatto che tutti i teenager americani – quindi ragazzi e ragazze dai 13 ai 19 anni – sono una risorsa non solo dal punto di vista numerico, ma per il fatto che sono influenti nella vita politica, pur non avendo ancora l’età per votare (in America si vota a 21 anni). Chiarisco il tutto con le parole di John Linsday – sindaco di New York dal 1966 al 1973 -, che stringeva la mano a tutti i giovani, durante gli interventi nelle università, come fossero professori d’università: «La vostra collaborazione è preziosa, indispensabile direi». La Fallaci, sorpresa, gli chiese: «Scusi, ma che se ne fa? Non votano mica.» E Linsday rispose: «Lo dice lei. Non votano ma votano. Perché i genitori in America votano sempre i candidati dei figli.» Effettivamente, emerge una sorta di superiorità e di libertà dei giovani americani, che non riscontriamo in quella degli altri giovani come, ad esempio, in Spagna, a detta del teenager Bergen, che «danno del lei ai genitori e hanno paura del padre come di Franco». Abbiamo quindi una gioventù ribelle, pronta, con la sua bottiglia di Dr Peppers o di Coca-Cola, ad ogni rischio e ad ogni avventura che il mondo capitalista – in cui sono volontariamente e felicemente immersi – riserva loro.

La maggior parte del tempo in America – parlo sempre del periodo che va dal ’59 al ’67 circa – Oriana lo trascorse con Shirley MacLaine, girando da New York ad Hollywood, da Houston alla Death Valley (California), da Las Vegas a Gallup (New Mexico), da Paris (Arkansas) a Mosca (Tennessee), da Florence (Alabama) tornando a New York. Di tutti questi posti, Oriana ci descrive – come al suo solito – in maniera attenta e dettagliata tutte le sue avventure e le sue impressioni.

Vorrei parlarvi, particolarmente, dell’incontro di Oriana con il suo amico Pier Paolo Pasolini, avvenuto ad ottobre del 1966 durante i 10 giorni di soggiorno di Pasolini. Quest’ultimo, contrariamente ai suoi orientamenti politici, descrive New York in maniera meravigliosamente positivista, quasi parlando di “sogno americano”. Ecco a voi Pasolini sull’America: «Vorrei aver diciott’anni per vivere tutta una vita quaggiù. E’ una città magica, travolgente, bellissima. Una di quelle città fortunate che hanno la grazia. Come certi poeti che ogniqualvolta scrivono un verso fanno una bella poesia. Mi dispiace non esser venuto qui molto prima, venti o trent’anni fa, per restarci. Non mi era mai successo conoscendo un Paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi, un’evasione. New York non è un’evasione: è un impegno, una guerra. Ti mette addosso la voglia di fare, affrontare, cambiare: ti piace come le cose che piacciono, ecco, a vent’anni. Lo capii appena arrivato. Arrivai da Montreal, con il treno. Non c’eran facchini e la mia valigia pesava. Eppure andavo come se fosse leggera. Mi muovevo verso una luce accecante, in fondo al tunnel c’era una luce accecante, e quando fui fuori la città mi aggredì come un’apparizione. Gerusalemme che appare agli occhi del Crociato. Non mi sentivo straniero, imparai subito a girare le strade neanche ci fossi nato: eppure non la riconoscevo. Perché nessuno ha mai rappresentato New York. Non l’ha rappresentata la letteratura: a parte le vignette di Arcibaldo e Petronilla, su New York, su New York esistono solo le poesie di Ginsberg. Non l’ha rappresentata la pittura: non esistono quadri di New York. Non l’ha rappresentata il cinema perché… Non lo so. Forse non è cinematografabile. Da lontano è come le Dolomiti, troppo fotogenica, troppo meravigliosa, e dà fastidio. Da vicino, da dentro, non si vede: l’obiettivo non riesce a contenere l’inizio e la fine di un grattacielo. Ma non è solo la sua bellezza fisica che conta. E’ la sua gioventù. E’ una città di giovani, la città meno crepuscolare che abbia mai visto. E quanto sono eleganti, i giovani, qui. Hanno un gusto favoloso: guarda come sono vestiti. Nel modo più sincero, più anticonformista possibile. Non gliene importa nulla delle regole piccolo-borghesi o popolari. Quei maglioni vistosi, quei giubbotti da poco prezzo, quei colori incredibili. Non si vestono mica, si mettono in maschera: come quando da piccola ti mettevi la palandrana della nonna. E così mascherati se ne vanno, orgogliosi, coscienti della loro eleganza che non è mai un’eleganza mitica o ingenua. Ti vien voglia di imitarli e magari li imiti perché dove puoi vestirti così? A Roma? A Milano? A Parigi? Io là ho sempre paura che la gente si volti, mi guardi. Qui non ho alcun complesso, posso andarmene vestito come voglio, senza che nessuno si volti e mi guardi. Qui invece nessuno ti turba con la sua curiosità. Ieri sulla Quarantacinquesima ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto: l’ha fissato e poi l’ha scaraventato con una tale violenza che il pacchetto s’è rotto. Chissà che c’era dentro. Dopo s’è appoggiato al muro, ha messo la testa sull’avambraccio, è scivolato piano piano per terra ed è rimasto lì a piangere. Anzi a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, neanche per offrirgli un bicchier d’acqua, un aiuto. La sera avanti, poco lontano dal Metropolitan, ho visto un vecchio disteso sul marciapiede: coperto da un plaid. Accanto gli stava un ragazzo, bello, elegante come dici tu: scarpe di cuoio perfetto, calzini leggeri, pantaloni ben tagliati, un pullover favoloso. Il vecchio stringeva sul petto la mano del giovane e il suo volto era bianco, già levigato dalla morte. La gente passava e non si fermava, qualcuno rideva. Ma è male questo? O non è male il nostro fermarsi a curiosare? Non è detto che il loro silenzio sia mancanza di pietà, forse è una forma superiore di pietà. La pietà di non avvicinarsi, di non curiosare…»

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Pasolini precisa il suo contraddittorio politico così: «Io sono un marxista indipendente, non ho mai chiesto l’iscrizione al partito, e dell’America me ne sono innamorato fin da ragazzo. Perché, non lo so bene. La letteratura americana, tanto per fare un esempio, non mi è mai piaciuta. Non mi piace Hemingway, né Steinbeck, pochissimo Faulkner: da Melville salto da Allen Ginsberg. L’establishment americano non ha mai potuto conciliarsi, ovvio, con il mio credo marxista. E allora? Il cinema, forse. Tutta la mia gioventù è stata affascinata dai film americani, cioè da un’America violenta, brutale. Ma non è questa America che ho ritrovato: è un’America giova, disperata, idealista. V’è in loro un gran pragmatismo e allo stesso tempo un tale idealismo. Non sono mai cinici, scettici, come lo siamo noi. Non sono mai qualunquisti, realisti: vivono sempre nel sogno e devono idealizzare ogni cosa. Anche i ricchi, anche quelli che hanno nelle mani il potere. Il vero momento rivoluzionario di tutta la Terra non è in Cina, non è in Russia: è in America. Mi spiego? Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest, e avverti che la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che marxista, oggi, possa scoprire. Ho conosciuto i giovani dello Snic, sai gli studenti che vanno nel Sud a organizzare i negri. Fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in loro la stessa assolutezza per cui Cristo diceva al giovane ricco: “Per venire come me devi abbandonar tutto, chi ama il padre e la madre odia me”. Non sono comunisti né anticomunisti, sono mistici della democrazia: la loro rivoluzione consiste nel portare la democrazia alle estreme e quasi folli conseguenze. M’è venuta un’idea, conoscendoli: ambientare in America il mio film su san Paolo. Voglio trasferire l’intera azione da Roma a New York, situandola ai tempi nostri ma senza cambiar nulla. Mi spiego? Restando fedelissimo alle sue lettere. New York ha molte analogie con l’antica Roma di cui parla san Paolo. La corruzione, le clientele, il problema dei negri, dei drogati. E a tutto questo san Paolo dava una risposta santa, cioè scandalosa, come gli Snic…»

Pasolini ci tiene a sottolineare anche l’aspetto negativo della città di New York: «L’aspetto più importante di questa città è la miseria. Lo stesso tipo di miseria, o povertà, che si trova nelle ex colonie divenute indipendenti da poco. Lo stesso tipo di povertà che trovi a Calcutta, a Bombay, a Casablanca. Mi spiego? Non è una miseria economica, la miseria di chi non ha da mangiare: una miseria economica, la miseria di chi non ha da mangiare: una miseria, ecco, psicologica. Quella sporcizia diffusa, quella provvisorietà. Le strade male asfaltate che quando piove si riempion di gore. I muri neri o marroni, costruiti in fretta per esser buttati giù in fretta. E mai un angolo tirato a lucido, destinato a durare. C’è anche Park Avenue, siamo d’accordo, e ci sono gli splendidi grattacieli di vetro: ma quelle son le piramidi. Esser qui oggi è come trovarsi in Egitto quando gli schiavi costruivano le piramidi. Sai, non è mica detto che gli schiavi in Egitto vivessero male. Magari erano allegri, nella disperazione, e la sera andavano a spasso, bevevano… Non c’entra. L’aspetto importante resta questa miseria da ex colonia, da sottoproletariato. V’è in tutti le stigmate della medesima origine sottoproletaria: a colpo d’occhio non la vedi mica la differenza di classe. Come a Mosca quando cammini pensando che sono tutti uguali. Naturalmente la differenza esiste ma non se ne rendono conto, non ce ne rendiamo conto. E lo sai perché? Perché non v’è in loro la coscienza di classe. Per uno che vien dall’Italia lo smarrimento è più fondo che in Africa, in India. Voglio dire che entri a Calcutta, a Khartum, ed entri nel cuore di una razza, di un contesto sociale: è la classe operaia, borghese, piccolo-borghese, e ciascuna con la sua coscienza di esistere. Entri a New York e cosa trovi? Un fuoco d’artificio di razze assimilate e rese analoghe dallo stesso sistema, dal medesimo fondo: il sottoproletariato. Guarda l’operaio americano, questa mescolanza mostruosa. e affascinante di sottoproletariato e di piccola borghesia. Non esiste l’operaio in quanto tale perché non esiste in lui la coscienza della classe operaia. Una voragine. Ma ovunque  ti affacci, in America, in un’anima come in una strada come in un ambiente, ti affacci su una voragine. Quasi tu ti sporgessi da un grattacielo. Ciò è bene, ciò è male? Non so, mi sento confuso. In Europa mi sembrerebbe negativo, qui no. Ammiro il momento rivoluzionario americano, ovvio che il mio cuore è per il povero negro o il povero calabrese, e contemporaneamente, provo rispetto per l’establishment, il sistema americano… Devo tornare, devo approfondire.»

L’unica cosa che ho da dire è grazie. Grazie Oriana per il tuo lavoro prezioso che hai fatto per quasi cinquant’anni. Riesci a trasmettermi, attraverso la tua incantevole prosa, profonde emozioni. Allo stesso tempo, con i tuoi reportage e le tue interviste, mi fai tornare indietro nel passato descrivendomi in maniera impeccabile le diverse realtà che hai conosciuto. Grazie.

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