La donna durante la Prima Guerra Mondiale

8 marzo 2015: non un giorno di celebrazioni rituali ma una data da scolpire nel futuro per non dimenticare gli orrori del passato e del presente.

La donna, da sempre, ricopre un ruolo fondamentale nella società, anche se in passato quasi mai riconosciuto. E, in molte parti del mondo, anche oggi. Durante la Grande Guerra, quando centinaia di migliaia di mariti e fidanzati furono arruolati e mandati a combattere, molte di loro ne presero il posto in fabbrica, nelle botteghe e specialmente in agricoltura. Naturalmente, al gravoso impegno lavorativo si aggiungeva il compito fondamentale di occuparsi della crescita e dell’educazione dei figli.

Le donne più giovani, solitamente dai 16 ai 25 anni d’età, si arruolavano come crocerossine e venivano mandate, al fronte e negli ospedali, in aiuto dei soldati. Si stima che oltre 10.000 crocerossine si offrirono come volontarie. Per molte di esse il lavoro era insopportabile e massacrante. Lavoravano notte e giorno, curando con dedizione i soldati feriti e assistendoli psicologicamente: qualche volta nascevano amori e non raramente alcune ragazze, per le ragioni più varie, esaudivano i “desideri carnali” dei soldati (Francesco De Gregori: “torneremo ancora a cantare e a farci fare l’amore, l’amore dalle infermiere”).

Insomma, una donna forte, risoluta e a volte eroica, percepita come “donna-angelo”, unica àncora di salvezza per i soldati.

Purtroppo, a causa del conflitto e delle invasioni, molte donne giuliane, friulane, trentine furono costrette a lasciare case e campi cadendo nella miseria più nera e vittime di orribili violenze.

E’ doveroso citare il tremendo “stupro del Friuli”, del 1917, in cui migliaia di donne friulane e venete furono violentate, quasi sempre da soldati “in branco”.

Ecco il testo di una drammatica testimonianza:

“Il 17 novembre 1917, verso le ore 22 e 30, si presentarono nella nostra casa tre soldati germanici, i quali sfondarono la porta d’ingresso e salirono al primo piano, penetrando nella mia camera. Io ero a letto e fui svegliata dalla loro presenza. Chiamai ad alta voce mio padre, che dormiva in una camera attigua, ma nel frattempo uno dei tre militari mi diede un pugno sul viso. Accorse mio padre spaventato, chiedendo perché fossero entrati. Uno di essi, senza rispondere, estrasse un pugnale e colpì mio padre in direzione del cuore; mio padre cadde riverso al suolo e fu portato via sanguinante da mia madre, essa pure accorsa. Intanto i militari rimasti in camera si gettarono sul mio letto mi scoprirono e mi tolsero la camicia. Tentai di sfuggire, ma fui ripresa e buttata nuda sul letto. Caddi in deliqui e tutti e tre, uno dopo l’altro, fecero strazio del mio corpo. Quando rinvenni mi vidi sola e saltai dalla finestra da circa tre metri nell’orto. Dopo questo fatto caddi ammalata e fui in fine di vita tanto che ricevetti anche i supremi conforti religiosi.”

Questi eventi drammatici, che provocavano spesso nascite indesiderate, furono la causa di un enorme numero di separazioni  e di una sorta di assurda colpevolizzazione delle donne vittime degli stupri.

Furono 80.000 i trentini costretti dalle autorità asburgiche ad abbandonare le proprie case, dopo il 24 maggio 1915, per essere concentrati in campi di prigionia. Tra loro, insieme a tante altre, Virginia Tranquillini, una bambina di 14 anni che, in un suo piccolo diario, racconta lo straziante viaggio per arrivare in Austria. La malattia e la morte sarebbero arrivate presto.

Numerose furono anche le donne attive nella lotta al nemico (durante la seconda guerra mondiale ce ne saranno molte di più, specialmente nella coraggiosa resistenza partigiana).

E’ importante ricordare, una per tutte, Luisa Zeni, spia italiana, che ebbe un ruolo fondamentale nel raccogliere informazioni sugli spostamenti delle truppe austriache. Una delle sue missioni più importanti si svolse in un prestigioso hotel di Innsbruck, incaricata di assumere informazioni durante una riunione di ufficiali austro-ungarici.

Si potrebbero citare innumerevoli casi e situazioni in cui la donna, durante questa tragica guerra di cui quest’anno ricorre il centenario, si è trovata ad essere madre e compagna amorosa, lavoratrice infaticabile, vittima o ignorata eroina …

Dopo cento anni molto è cambiato ma tanto c’è ancora da fare in tema di diritti e soprattutto di “cultura del rispetto”. Donne e ragazze continuano a essere quotidianamente brutalizzate da bestie con i connotati umani che considerano corpi e cervelli alla stregua di merci usa e getta.

L’otto marzo deve essere solo uno dei trecentosessantacinque giorni in cui  pretendere leggi drastiche e severissime, per punire senza se e senza ma qualsivoglia abuso e discriminazione, e in cui riaffermare con forza le conquiste sociali, politiche ed economiche fatte negli ultimi anni.

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