Lettera a Giovanni Falcone

Caro Giovanni,

innanzitutto mi scuso con te per non riuscire a fare a meno di darti del Tu. Riprendo volentieri una bella frase, a te rivolta, scritta da una mia amica: “Non hai avuto figli, io ti avrei voluto come papà”. Per me, come per tante ragazze e ragazzi della mia età, la tua figura, come quella di altri grandi e piccoli eroi della nostra storia, suscita grande stima e profonda ammirazione. Gli stessi sentimenti che si provano per una figura paterna. Da te abbiamo imparato cosa vuol dire l’impegno, il rigore e il dovere. Ci hai insegnato, con il tuo agire, i valori della legalità, dell’amicizia vera, del disgusto per ogni forma di illegalità e di malaffare. E ci hai insegnato il rispetto per il prossimo, quel rispetto che tu hai sempre avuto per la comunità italiana, quella grande comunità che ha costantemente bisogno di guide, di regole e di pene per poter crescere degnamente e con senso del dovere.

E tu sai che il senso del dovere troppo spesso manca, tra i cittadini ma soprattutto tra i membri delle istituzioni, delle pubbliche amministrazioni e a volte anche delle forze dell’ordine. Chi meglio di te ha vissuto la condizione di essere completamente abbandonato non solo dallo Stato ma anche dall’opinione pubblica, quella che chiedeva di far spostare in periferia le abitazioni dei magistrati sotto scorta “per i troppi rumori delle sirene”. Un triste e amaro paradosso.

Se me lo consenti, Giovanni, vorrei riprendere una frase del pm Boccassini che probabilmente descrive al meglio la tua situazione di quegli anni: «Non c’è stato uomo in Italia che ha accumulato nella sua vita più sconfitte di Falcone. E’ stato sempre “trombatissimo”. Bocciato come consigliere istruttore. Bocciato come procuratore di Palermo. Bocciato come candidato al CSM, e sarebbe stato bocciato anche come procuratore nazionale antimafia, se non fosse stato ucciso. Eppure, nonostante le ripetute “trombature”, ogni anno si celebra l’esistenza di Giovanni come fosse stata premiata da pubblici riconoscimenti o apprezzata nella sua eccellenza. Un altro paradosso. Non c’è stato uomo la cui fiducia e amicizia sia stata tradita con più determinazione e malignità. Eppure le cattedrali e i convegni, anno dopo anno, sono sempre affollati di “amici” che magari, con Falcone vivo, sono stati i burattinai o i burattini di qualche indegna campagna di calunnie e insinuazioni che lo ha colpito.»

E’ triste da dire, ma purtroppo andò così. I colleghi del Consiglio Superiore della Magistratura, che quel 19 gennaio 1988, riunitisi per eleggere il nuovo consigliere istruttore di Palermo, preferirono Antonino Meli a te, furono diversi. Conosci bene quei nomi e probabilmente non ti farà tanto piacere ricordarli ma devo farlo, quantomeno per ricordarlo a tutti quelli che non ricordano o non conoscono queste vicende. Dei 29 componenti, 14 votarono a favore di Meli (Francesco Mario Agnoli, Giuseppe Borrè, Antonio Buonajuto, Giuseppe Cariti, Felice Di Persia, Vincenzo Geraci, Nicola Lapenta, Sergio Letizia, Marcello Maddalena, Umberto Marconi, Franco Della Rocca Morozzo, Elena Paciotti, Sebastiano Suraci e Gianfranco Tatozzi), 10 votarono per te (Antonio Abbate, Massimo Brutti, Pietro Calogero, Giancarlo Caselli, Fernanda Contri, Vito D’Ambosio, Mario Gomez D’Ayala, Stefano Racheli, Carlo Smuraglia e Guido Ziccone) e 5 si astennero (Bartolomeo Lombardi, Cesare Mirabelli, Renato Papa, Erminio Pennacchini, Vittorio Sgroi).

Scelsero Meli per una questione d’esperienza, essendo più anziano di te, ma tutti sanno che fu una decisione strategica per non addossarti troppi incarichi importanti. Saresti stato troppo pericoloso? Tra l’altro Meli, durante la sua carriera, si occupò di pochissimi processi di mafia. Il tuo caro amico Paolo Borsellino, in un’intervista a Saverio Lodato per l’Unità, commenterà così questa tua mancata elezione: «Senza mettere in discussione la bravura, la competenza, la buona fede di Meli, dubito che si possa rivendicare la titolarità quando si è arrivati ieri e quindi non si conosce la materia. Il precedente di Caponnetto è ben diverso: lui quelle carte le aveva viste crescere. E ai suoi tempi si era affermata una preziosa filosofia di lavoro che ha consentito l’istruzione del maxi-processo: salviamo le competenze territoriali, quando è possibile, ma ogni spunto di indagine che riguarda Cosa Nostra deve trovare riferimento nel maxi-processo e nello stralcio che da quel processo è scaturito. Con questa tecnica si chiuse la pagina delle indagini parcellizzate che per anni non riuscirono mai a centrare veri obiettivi. Ho la spiacevole sensazione che qualcuno voglia tornare indietro.»

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Pian pianino, anno dopo anno, arrivò il 1992. Un periodo buio della nostra storia. Le 17:58 di un caldo 23 maggio. Ti ricordi? Credo proprio di sì. Fu l’agghiacciante strage di Capaci. Cinque giganti, eroi della nostra storia più drammatica, persero la vita. So che non ti piace che gli altri ti elevino a paladino della giustizia. Ma, fidati, lo sei. Ed ecco i nomi di questi giganti: Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. A loro la mia riconoscenza sconfinata e la più profonda ammirazione.

A proposito di riconoscenza! Sai, Giovanni, sin dai giorni immediatamente successivi alla tua morte, si mossero a gran voce, magistrati, politici, giornalisti, facendo a gara a chi dovesse ricordarti e onorarti nella maniera migliore. Quelle stesse persone che in vita ti avevano ostacolato se non denigrato o addirittura accusato. Com’è strana la vita, no?

E si continua anche oggi, a distanza di tanti anni, oggi che forse è più facile appuntarsi la coccarda della legalità. Oggi che la mafia agisce sempre più in silenzio, come fosse un fantasma, facendo meno morti. Quella mafia che, tra collusioni e scambi di favore, vaga indisturbata tra le file del Parlamento e delle Amministrazioni pubbliche.

Pensa che fin dagli inizi del ‘900, Gaetano Mosca, politologo siciliano, parlava di uno “spirito di mafia” che aleggiava tra le classi politiche, tra i nobili e tra i facinorosi. “Il sistema delle transazioni e dei compromessi che le autorità facevano direttamente coi facinorosi”.

Purtroppo non ho mai avuto il piacere e la “possibilità anagrafica” di conoscerti. Ma questo non è necessario per capire chi tu sia stato e che cosa di grandioso abbia fatto durante la tua vita. Sono tante le parole che vorrei spendere per te. Ma in questa giornata se ne leggono e se ne sentono fin troppe. Soprattutto quando escono dalla bocca o dalla penna di gente incompetente che si fregia di averti conosciuto o di esserti stato amico. Gente che oggi ti ricorda e domani mette in atto tutto il contrario di quello che era il tuo modo di concepire la lotta alla mafia. Anche su facebook e sui social network, che magari saranno in voga anche lì in Paradiso, la gente fa a gara per condividere una tua foto o una tua citazione, qualcuno perché convinto, altri per moda. Per non parlare della stampa. Quanti giornali, che fanno solo finta di occuparsi di Mafia – e per mafia intendo la Trattativa Stato-Mafia, i processi alla Mafia, Mafia Capitale, gli intrallazzi che derivano dalle grandi opere pubbliche, le speculazioni edilizie, le banche e quant’altro – sono lì, in prima fila, a renderti onore? Umberto Eco, grande scrittore, giornalista e intellettuale italiano, diceva che i social network  “hanno dato diritto di parola a legioni di imbecilli”. In parte è vero, ma c’è da dire che, almeno, in un sistema fortemente imbavagliato, chi vuole ha la possibilità di esprimere il proprio parere su una questione o su un evento. E’ già tanto. Di certo non saranno tutti esperti o informati, ma è bello che si possa creare un dibattito, che si possa dialogare su tematiche, attuali e non.

E magari può essere pure che i social riescano a formare le coscienze più di quanto fanno i potenti mezzi di comunicazione di massa: mettere in pratica i tuoi insegnamenti piuttosto che parlarne enfaticamente il 23 maggio e ignorarli gli altri 364 giorni.

Sandro Pertini diceva che “i giovani non hanno bisogno di sermoni, i giovani hanno bisogno di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo”. E tu sei stato e sarai sempre un uomo onesto, coerente e generoso. Un Magistrato vero. Grazie.

Francesco Saverio

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