LETTERA PUBBLICA A ROBERTO SAVIANO

Bari, 7 gennaio 2017

Caro Roberto,

dopo aver letto il tuo ultimo libro, La paranza dei bambini, ho riflettuto molto. Le tue narrazioni sono davvero crude e vive, rendono alla perfezione ciò che è la realtà, non quella che secondo molti inventi e amplifichi, no!, proprio la realtà. La stessa che c’è nella mia città, come in tante altre, sia del sud che del nord. Eppure, anche in questo volume come nelle altre tue opere letterarie e cinematografico-televisive, non sono riuscito a trovare il bene, lo Stato, ma so che non era questo il tuo intento. L’arte non può avere censure e non sempre conserva una morale.

Molti pensano che tu sia soltanto un giornalista, ma ciò che differenzia un cronista antimafia da uno scrittore è proprio l’abilità di rendere letteratura ciò che è cronaca. Un giornalista ha opinioni che possono essere condivisibili o meno, guai a non averne! Gramsci scrisse nel 1917: “l’indifferenza è il peso morto della storia”, purtroppo è così anche oggi. L’indifferenza cammina a braccetto con l’ignoranza e i social network non sono altro che grandi amplificatori. Umberto Eco, in merito, disse: “Internet? Ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar e subito venivano messi a tacere”. La società ha bisogno di ragazze e ragazzi che costruiscano un pensiero proprio, quanto più critico e autonomo possibile.

E’ sciocco pensare che tu possa essere etichettato come giornalista o scrittore che si occupi solo di criminalità. Ho visto e rivisto quell’intervista che rilasciasti al grande Enzo Biagi nel lontano 2007, un anno dopo la pubblicazione di Gomorra. Da allora le tue responsabilità sono aumentate e la tua parola ha assunto un peso enorme. La fama ha i suoi lati positivi e negativi, vivere sotto scorta è una chiavica ma anche un “prestigio”. Ciò che molti sognano è diventare scrittore di successo, avere tanto seguito, ma inevitabilmente tante critiche. A proposito, vorrei muoverne qualcuna.

Non sono d’accordo sulle tue dichiarazioni rilasciate durante la manifestazione sionista a Roma “Per la verità, per Israele”, sul fatto che non ti sia speso più di tanto su Vittorio Arrigoni, tuo collega rapito e ucciso a Gaza, non sono d’accordo sulla questione sollevata dal Centro Peppino Impastato o sul fatto che non ti sia espresso sulla proposta di concedere la legge Bacchelli al bravissimo veterano del giornalismo Riccardo Orioles. Non sono d’accordo sulle tue apparizioni in compagnia di personaggi come Fragola e Rovazzi, avresti potuto condividere il palcoscenico con altri artisti meno conosciuti, al di fuori del circolo vizioso delle major discografiche e televisive, che non spopolano sui social ma che hanno sicuramente studi alle spalle e danno un grande senso ai propri testi e alla propria musica. Sono stanco anche dei salotti di Fazio & co. Ma meglio non entrare in queste logiche di mercato altrimenti mi intossico solo al pensiero… Ho apprezzato il tuo intervento ad Amici, anche se il processo culturale che andrebbe messo in moto non può basarsi su quindici minuti di Notte Bianche del grande Dostoevskij, ma alla fine va bene così, meglio di niente, la televisione è quella che è.

Al contrario di molti, ho seguito i tuoi video nelle università e non ho avuto solo modo di conoscere e approfondire il Sistema, gli affari della mafia al nord e gli inciuci con la politica, ma anche le figure, ad esempio, di Ryszard Kapuściński, di Tommaso Landolfi e di Primo Levi. Sfortunatamente la gente non sa che tu e tanti altri bravi giornalisti non siete solo ciò che raccontate, ma anche letterati che possono insegnarci tanto altro.

Riguardo la polemica con l’attuale sindaco di Napoli sono in gran parte d’accordo con te. A prescindere dalla figura di De Magistris, non amo i magistrati che scelgono la politica, lo stesso dicasi per gli uomini di cultura. Ogni persona deve svolgere il proprio lavoro al meglio e non può improvvisarsi in altri ruoli. In realtà avrei solo un sogno, quello di vedere due grandi uomini, a mio parere, come Nino Di Matteo e Nicola Gratteri presiedere il Consiglio Superiore della Magistratura o addirittura la Presidenza della Repubblica. Ma purtroppo, in Italia ti tarpano le ali e come diceva Falcone: “In questo Paese, per essere credibili, bisogna essere ammazzati”.

Non so quanto la visione di una serie televisiva come Gomorra possa mettere in atto un processo di emulazione, sarebbe ipocrita da parte mia esprimere giudizi su ciò che non conosco, su realtà che non vivo e che osservo solo dall’esterno. Spero che questi prodotti commerciali non vadano a smontare il quotidiano impegno, seppur con piccole risorse, di tante realtà che offrono effettivamente a tanti giovani un’alternativa alla carriera criminale. Non tutti riescono a capire che Gomorra è il marcio e che la strada del crimine è un vicolo cieco che culmina inevitabilmente con il carcere o con la morte e per i più fortunati con una latitanza da topo di fogna. A quelli che non corrono questo rischio, ai ragazzi e le ragazze che sono fortunatamente lontani da queste situazioni, restano solo frasi dialettali da ripetere all’esaurimento. Dubito, per cattiva diffidenza personale, che la gente approfondisca e si mobiliti per promulgare messaggi positivi, facendo tesoro della storia. Mi auguro che non sia così.

In merito, vorrei riportare una frase del Procuratore della Repubblica di Catanzaro Nicola Gratteri: «Queste serie raccontano un mondo organizzato sulle regole criminali, sull’onore, sul coraggio, anzi sul non avere paura, sull’invincibilità. E invece la realtà delle organizzazioni mafiose è tutt’altra. I mafiosi sono dei vigliacchi, sparano alle spalle, non hanno onore, non hanno regole e non hanno nemmeno coraggio.»

Gaetano Mosca, filosofo e politologo, nel suo trattato Che cos’è la mafia, scritto all’alba del ‘900, scrisse: «Oggi sappiamo che la mafia non può essere sconfitta soltanto da magistratura e forze dell’ordine. Occorre improntare nei giovani un’importante educazione alla legalità.» Mosca, che definiva vitale la cultura della legalità, considerava fondamentale e valorizza il ruolo progressivo di una cultura della legalità in grado di innescare una vera trasformazione psicologica così che dal rispetto per la legalità scaturisca il disgusto per le violenze.

In conclusione, avrei una richiesta da farti. Ribadisco, l’arte non può avere censure e non sempre conserva una morale. Ma pensa per un secondo ai capelli rossi di Emanuela Loi, alla gamba che fuoriesce dal finestrino della macchina di Pio La Torre crivellata da decine e decine di proiettili, al sorriso di Giovanni Falcone, alle parole che spiravano dal fumo delle infinite sigarette di Paolo Borsellino, al coraggio di Rita Atria e di Lea Garofalo, all’innocenza di tanti, allo sguardo della piccola Alessandra nei confronti di sua madre Silvia Ruotolo stesa per terra, sanguinante, e al senso del dovere di Giuseppe Salvia e come loro, tanti altri. Ormai la terza serie di Gomorra è in rodaggio e i finanziamenti per il miliardario colosso Sky sono stati già versati. Ma per il prossimo libro, ti chiedo con tutto il cuore, data la tua importante visibilità, di raccontare a noi giovani la faccia pulita di questa società, della storia che ci portiamo alle spalle e da cui dobbiamo attingere. Spiegaci cosa possiamo fare concretamente per cambiare il Paese, come cinquecento euro al mese per fare il meccanico o il falegname siano meglio dei diecimila rubati nello spaccio o, ancora, quanto sia ripagante sballarsi sentendo musica in compagnia di veri affetti, senza pretese e con semplicità, piuttosto che ripiegarsi nella prima discoteca a sniffare coca.

Mio padre mi ha sempre insegnato a fare tesoro di ciò che di più positivo c’è nelle persone, a confrontarmi sempre con chi è “meglio”, e per questo da te, caro Roberto, ho imparato tanto e continuerò a farlo, pur non sposando ogni parola che fuoriuscirà dalla tua bocca o dalla tua penna.

Ti saluto, nella speranza che possa leggere queste parole e farne umile tesoro.

Francesco Saverio Mongelli, 19 anni

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