Lettere dal fronte: la speranza oltre la disperazione

“In verità, o signori, la posta è il più gran dono che la patria possa fare ai combattenti: perché in quel fascio di lettere che giunge ogni giorno fino alle trincee più avanzate, la patria appare ai soldati non più come una idealità impersonale e astratta, ma come una lontana moltitudine di anime care e di noti volti, in mezzo alla quale ciascuno riconosce un bene che è solamente suo, uno sguardo che soltanto per lui riluce, una voce che per lui solo canta” (Piero Calamandrei)

La Grande Guerra fu la prima tragica esperienza collettiva degli Italiani, poveri e ricchi, ignoranti e istruiti, idealisti e pragmatici, tutti gomito a gomito, travolti dalla stessa macchina distruttrice, toccati da problemi simili, colpiti da medesimi lutti.

Dalle lettere si evince nei soldati  una lacerante, costante sofferenza e un bisogno immenso di affetto. L’argomento principale delle lettere, spesso scritte per combattere il tempo che non passava mai, erano la salute del soldato e quella dei familiari.

La maggior parte delle lettere sono introdotte dalla frase “scusa per il male scritto”. In Italia, infatti, in quegli anni, il tasso di analfabetismo era del 46%. Proprio per questo, molti soldati chiedevano ai propri superiori o a compagni di viaggio alfabetizzati di scrivere per loro una lettera o una cartolina.

Nel centro di smistamento postale di Bologna, per esempio, dove veniva raccolta la corrispondenza del Paese al fronte, transitavano ogni giorno 800.000 lettere, impegnando ben 198 impiegati. Dall’area del fronte, 20 autocarri le prendevano in carico e si dirigevano a ventaglio verso gli uffici postali. Nel centro di smistamento di Treviso, invece, ne arrivavano ogni giorno 1.400.000 e altrettante ripartivano in direzione del territorio nazionale.

Un soldato descrive ‘la Guerra come una catena di montaggio in cui la morte viene fabbricata in serie, come se gli uomini fossero riproducibili a piacere, simili a qualunque morte’.

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