(Recensione) Fimmine ribelli di Lirio Abbate

La donna non è un oggetto, ha la medesima importanza e gli stessi diritti dell’uomo. Ma questi, ahimè, sono concetti che in molte realtà sono ben lontani dall’essere compresi e applicati. Soprattutto nella mentalità mafiosa. E’ raro che alla donna, nel ruolo di moglie o di fidanzata, vengano riconosciuti i diritti universali, compresi la libertà individuale di scelta. In questo interessantissimo libro del bravo giornalista Lirio Abbate, Fimmine Ribelli, sono raccontate le storie di alcune donne di ‘ndrangheta che hanno saputo ribellarsi al contesto criminale in cui vivevano, nella maggior parte delle volte costrette a fare delle scelte. Non dimentichiamo i matrimoni combinati che tarpano qualsivoglia desiderio della fimmina che non rispecchi il volere dei capi famiglia mafiosi. E’ bello prendere esempio da chi ha rischiato e perso la vita per la propria libertà. Perché la libertà individuale è un diritto sacrosanto, anzi, come dicono anche in Calabria, sacrosantissimo. I fattori che determinano queste situazioni, sono diversi: la famiglia, il contesto economico-sociale, l’educazione, la scuola e le amicizie. Il ruolo dello Stato – considerato, dalla mafia e dalla società omertosa che ne fa le veci, un estraneo da allontanare – deve essere quello di mostrare la propria vicinanza a questo tipo di fenomeni sociali, inculcando sin dall’infanzia nei ragazzini l’amore per la legalità e l’odio per ogni forma di violenza e di malaffare.

21 novembre 2016

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